Il Montenegro è non solo il Paese dei Balcani occidentali più vicino all’adesione all’Unione europea, ma il più avanzato tra tutti e nove gli attuali candidati. Non a caso, a Podgorica sta prendendo piede lo slogan “28 by 28”, che intende l’adesione del ventottesimo Stato comunitario già nel 2028. Se i candidati diventassero dieci la narrazione cambierebbe, e con il rinnovato interesse dell’Islanda verso Bruxelles, è molto probabile che ciò accada.
Per Petar Marković, ambasciatore del Montenegro presso l’Unione europea, comunque, non si tratta di una gara. Certo, il Paese balcanico ha affrontato un percorso lungo e complesso per adeguarsi agli standard richiesti dall’Unione europea, mentre l’Islanda si è limitata a convocare un referendum tra i suoi cittadini per sondare la loro volontà su una possibile adesione, ma lo scopo, per il diplomatico, è quello di arrivare pronti, non di arrivare prima.
“Qualunque buona notizia per gli altri candidati, che siano in negoziato, potenziali candidati o in stallo, è una buona notizia”, ha dichiarato Marković, portando a esempio i progressi rapidamente compiuti da Ucraina e Moldova. Nel suo ruolo, l’ambasciatore si concentra sul lavoro interno, e parlando a The New Union Post, all’indomani della 26ª Conferenza di adesione, si è detto orgoglioso dei 14 capitoli completati fino a ora e speranzoso di “chiuderne altri prima di agosto”.
Il 29 agosto si svolgerà il referendum islandese sulla ripresa dei negoziati di adesione all’Unione europea. Lo Stato artico aveva già avviato il processo nel 2009, salvo poi congelarlo per affrontare le conseguenze della crisi finanziaria e interromperlo definitivamente nel 2015. Fino a quel momento, Reykjavík aveva chiuso 12 capitoli negoziali. Se il referendum dovesse avere esito favorevole e il governo decidesse di riaprire i colloqui, il processo ripartirebbe proprio da quel punto.
Al momento degli ultimi screening, l’Islanda presentava criticità significative soltanto in sette aree. Tra queste spiccavano soprattutto i nodi economici: la libera circolazione dei capitali, la tassazione, la politica monetaria e il controllo finanziario, ambiti nei quali l’integrazione piena nel mercato unico comporterebbe adattamenti sensibili per un’economia altamente specializzata e aperta.
Tuttavia, anche agli osservatori meno attenti non sfugge la centralità del tema della pesca. Le politiche europee in materia, inquadrate nella Politica comune della pesca, incidono direttamente su uno dei pilastri dell’economia islandese. Le norme dell’Unione prevedono, ad esempio, quote di cattura condivise tra gli Stati membri, limiti stringenti per la tutela degli stock ittici e, in alcuni casi, il divieto di pesca per specie a rischio o in fase di ripopolamento. Questo potrebbe entrare in tensione con il modello islandese, basato su un controllo nazionale molto rigido ma autonomo delle risorse, in cui specie come il merluzzo o l’aringa rappresentano asset strategici.
L’Islanda fa parte dell’Associazione europea di Libero scambio (EFTA), attraverso cui ha un accordo che regola rapporti politici, economici e commerciali con l’Unione europea. L’associazione, di cui fanno parte anche Svizzera, Norvegia e Lichtenstein non ha un carattere sovranazionale, ma solo di stretta collaborazione internazionale, e nel corso dei decenni si è svuotata di numerosi membri che hanno pian piano aderito all’Unione.
Ad oggi, né l’EFTA né i suoi Stati membri hanno espresso posizioni ufficiali sul referendum islandese. Un eventuale ingresso dell’Islanda nell’Unione non rappresenterebbe uno shock sistemico, ma potrebbe avere un valore politico simbolico non trascurabile. In particolare, vale la pena interrogarsi se Paesi come Norvegia e Liechtenstein possano, nel medio periodo, riconsiderare la propria posizione, anche alla luce della progressiva marginalizzazione del formato EFTA e del fatto che la Svizzera già intrattiene un rapporto peculiare con l’Unione, fondato su una fitta rete di accordi bilaterali negoziati al di fuori del quadro EFTA.
In definitiva, a prescindere che sia il Montenegro o l’Islanda il Paese che entrerà nell’Unione europea come ventottesimo, la questione più interessante potrebbe essere un’altra: chi arriverà dopo. Perché, in un’Europa nuovamente attraversata da dinamiche di allargamento, su cui chiaramente incide l’attuale grande crisi dell’ordine internazionale, anche chi oggi resta ai margini potrebbe presto trovarsi a riconsiderare il proprio posto nel progetto europeo.

